Quaresima. 3) La carità fraterna.
La terza indicazione che la liturgia ci dà come segno della Quaresima, oltre alla preghiera e al digiuno, è la Carità fraterna.
Quello che origina questi gravi errori nella carità fraterna, - che la Quaresima ci invita a tener d’occhio, vale a dire che ogni giorno dobbiamo fare l’esame di coscienza su questi punti, e chiedere a Cristo che queste cose vengano perdonate dalla Sua misericordia, riassorbite, eliminate (senza questa pazienza non è chiedere) - quello che origina questi errori nella carità fraterna è la mancanza della “semplicità del cuore”, che è l’aspetto psicologico della “povertà dello spirito”.
La semplicità del cuore vive la memoria nel rapporto.
In che cosa la conversione deve avvenire? Alcune indicazioni generali:
1) Noi normalmente trattiamo gli altri mutilando la loro storia, tendiamo cioè a ridurre la storia dell’altro ai nostri criteri e alle nostre misure, al nostro stato d’animo, alla nostra convenienza, alla nostra valutazione delle cose; e tendiamo a mutilare la personalità dell’altro, perché sottolineiamo quello che ci interessa, quello che corrisponde, e quello che non corrisponde e non ci interessa non lo guardiamo, oppure abbiamo una rabbia contro. Vale a dire, è la strumentalizzazione dell’altro. Questo è il primo colossale e permanente peccato nei nostri rapporti: la strumentalizzazione dell’altro.
2) Il secondo aspetto, che è una modulazione di questa mutilazione dell’altro e di questa riduzione della storia dell’altro, di questa strumentalizzazione, si chiama indifferenza all’altro. Certo, a periodi. Poi c’è il momento in cui ti interessa, ma fuori del momento in cui ti interessa, sei indifferente.
3) Il terzo aspetto è quello che la liturgia chiama «puntare il dito», cioè l’ira, o come risentimento interiore o come risentimento esploso o come risentimento serpeggiante (lamento e mormorazione).
1) Noi normalmente trattiamo gli altri mutilando la loro storia, tendiamo cioè a ridurre la storia dell’altro ai nostri criteri e alle nostre misure, al nostro stato d’animo, alla nostra convenienza, alla nostra valutazione delle cose; e tendiamo a mutilare la personalità dell’altro, perché sottolineiamo quello che ci interessa, quello che corrisponde, e quello che non corrisponde e non ci interessa non lo guardiamo, oppure abbiamo una rabbia contro. Vale a dire, è la strumentalizzazione dell’altro. Questo è il primo colossale e permanente peccato nei nostri rapporti: la strumentalizzazione dell’altro.
2) Il secondo aspetto, che è una modulazione di questa mutilazione dell’altro e di questa riduzione della storia dell’altro, di questa strumentalizzazione, si chiama indifferenza all’altro. Certo, a periodi. Poi c’è il momento in cui ti interessa, ma fuori del momento in cui ti interessa, sei indifferente.
3) Il terzo aspetto è quello che la liturgia chiama «puntare il dito», cioè l’ira, o come risentimento interiore o come risentimento esploso o come risentimento serpeggiante (lamento e mormorazione).
Quello che origina questi gravi errori nella carità fraterna, - che la Quaresima ci invita a tener d’occhio, vale a dire che ogni giorno dobbiamo fare l’esame di coscienza su questi punti, e chiedere a Cristo che queste cose vengano perdonate dalla Sua misericordia, riassorbite, eliminate (senza questa pazienza non è chiedere) - quello che origina questi errori nella carità fraterna è la mancanza della “semplicità del cuore”, che è l’aspetto psicologico della “povertà dello spirito”.
La semplicità del cuore vive la memoria nel rapporto.
È la semplicità che non giudica l’altro, perché, come diceva san Paolo nella Lettera ai Romani, «l’uomo sta di fronte al suo Signore o cade di fronte al suo Signore».
Non giudica l’altro, ma, di fronte all’altro, cerca di rispondere solo al richiamo di Dio per la propria maturità che è nell’atteggiamento dell’altro: l’atteggiamento dell’altro è il modo con cui Dio mi richiama alla mia maturità, sia esso di esempio, si esso di cattivo esempio.
Perciò, nel rapporto manca la carità fraterna perché manca la semplicità del cuore nel giudizio, la semplicità della fede, perché la presenza dell’altro è il modo esistenziale, storico, con cui Dio mi chiama - chiama me! - alla mia maturità, mi richiama alla mia maturità.
Questi sono i punti di quella pratica ascetica che è il segno sacramentale della Quaresima, che è il segno dentro il mistero trasformatore della Quaresima. L’aspetto della Quaresima deve essere questa pratica, non presumendo dalla pratica, ma perché questa pratica ascetica costituisce lo strumento espressivo (come la parola nell’affetto), la nostra parola balbuziente, infantile, caotica, impotente, di risposta all’amore di Cristo. È esattamente questa pratica ascetica che tenta di esprimere, durante la Quaresima, quella fede per cui Cristo è tutto per noi e per il mondo.
Una pratica ascetica, badate, è fatta sempre di due radici; per vivere queste cose occorrono due radici. La prima è il giudizio di valore, che si chiama fede, poiché la fede è un giudizio di valore. Cosa sei tu, per me, adesso? Cosa sei tu che mi stai davanti? Questo è il punto. È un giudizio di valore che risponde a questa domanda, ed è questo giudizio di valore che, rispondendo a questa domanda, imposta il mio rapporto, anche se poi non saprò mantenerlo.
La seconda radice è la fatica personale. Per questo dovremmo realmente eliminarla, come formula: «Faccio fatica, che fatica!». «Che fatica!» ancora si può dire come esclamazione. Ma «faccio fatica!», come inizio di un dialogo, come questione che si pone in un confronto autorevole oppure in un confronto fraterno, «faccio fatica» come problema che si sottopone, dovremmo proprio tirarlo via, sarebbe meglio. Perché è ovvio. Invece, quando uno dice: «Che buono questo cibo!», allora, sì, può dire: «Che fatica, che mal di pancia». Ma «faccio fatica» come problema che si sottopone è perfettamente inutile, è realmente perdere tempo, fare gli evasivi.
Il vangelo di oggi, che è quello della tentazione di Cristo, è una pagina di estrema lucidità come insegnamento per noi. Tutta la tentazione su quale punto fa perno? Su un giudizio di valore. Prima l’istinto: hai fame, dunque mangia. Poi il tentatore diventa scaltro, perché vede che Gesù risponde: «Non di solo pane vive l’uomo» (c’è una misura). Allora è proprio sui valori che costruisce la tentazione. Sono valori quelli che dopo dice, e infatti sono detti con la parola di Dio; sono valori quelli che dice, ma valori strappati al contesto dell’alleanza, vale a dire alla storia di Dio, strappati alla loro verità, come il concetto di libertà o come il concetto di fragilità e di peccato, così come li usiamo di solito: sono strappati alla loro verità, che è il contesto dell’alleanza, della storia.
A noi, invece, è stato detto: «Beati, beati, beati voi, perché a voi è stato dato conoscere il Mistero».
Questi sono i punti di quella pratica ascetica che è il segno sacramentale della Quaresima, che è il segno dentro il mistero trasformatore della Quaresima. L’aspetto della Quaresima deve essere questa pratica, non presumendo dalla pratica, ma perché questa pratica ascetica costituisce lo strumento espressivo (come la parola nell’affetto), la nostra parola balbuziente, infantile, caotica, impotente, di risposta all’amore di Cristo. È esattamente questa pratica ascetica che tenta di esprimere, durante la Quaresima, quella fede per cui Cristo è tutto per noi e per il mondo.
Una pratica ascetica, badate, è fatta sempre di due radici; per vivere queste cose occorrono due radici. La prima è il giudizio di valore, che si chiama fede, poiché la fede è un giudizio di valore. Cosa sei tu, per me, adesso? Cosa sei tu che mi stai davanti? Questo è il punto. È un giudizio di valore che risponde a questa domanda, ed è questo giudizio di valore che, rispondendo a questa domanda, imposta il mio rapporto, anche se poi non saprò mantenerlo.
La seconda radice è la fatica personale. Per questo dovremmo realmente eliminarla, come formula: «Faccio fatica, che fatica!». «Che fatica!» ancora si può dire come esclamazione. Ma «faccio fatica!», come inizio di un dialogo, come questione che si pone in un confronto autorevole oppure in un confronto fraterno, «faccio fatica» come problema che si sottopone, dovremmo proprio tirarlo via, sarebbe meglio. Perché è ovvio. Invece, quando uno dice: «Che buono questo cibo!», allora, sì, può dire: «Che fatica, che mal di pancia». Ma «faccio fatica» come problema che si sottopone è perfettamente inutile, è realmente perdere tempo, fare gli evasivi.
Il vangelo di oggi, che è quello della tentazione di Cristo, è una pagina di estrema lucidità come insegnamento per noi. Tutta la tentazione su quale punto fa perno? Su un giudizio di valore. Prima l’istinto: hai fame, dunque mangia. Poi il tentatore diventa scaltro, perché vede che Gesù risponde: «Non di solo pane vive l’uomo» (c’è una misura). Allora è proprio sui valori che costruisce la tentazione. Sono valori quelli che dopo dice, e infatti sono detti con la parola di Dio; sono valori quelli che dice, ma valori strappati al contesto dell’alleanza, vale a dire alla storia di Dio, strappati alla loro verità, come il concetto di libertà o come il concetto di fragilità e di peccato, così come li usiamo di solito: sono strappati alla loro verità, che è il contesto dell’alleanza, della storia.
A noi, invece, è stato detto: «Beati, beati, beati voi, perché a voi è stato dato conoscere il Mistero».
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