Quaresima. Preghiera, coscienza di tutto il nostro tempo.


«Mi è motivo di inquietitudine [diceva in principio la lettera] il sentire che non sono e non sarò mai garantita nella perseveranza nella mia fede [potrei dire vocazione, è identico]; è motivo di inquietitudine il fatto che la mia libertà è e sarà sempre nella possibilità di rifiutarsi a Dio. A volte me ne rimprovero come di un residuo di razionalismo». Esattamente! Proprio questo è il motivo. “Razionalismo” vuol dire l’uomo che pretende di giudicare la propria vita e le cose dal punto di vista proprio, cioè l’uomo che pretende di essere misura di tutte le cose. È l’avvenimento di Cristo che determina la nostra vita, è l’avvenimento dell’alleanza che dà il significato della nostra vita: è ciò che ci è accaduto che determina la sicurezza, la certezza, nella nostra vita. «Sì, ma io posso sempre rifiutare ciò che è accaduto». Comprendete, per favore, l’equivoco di questa obiezione: perché uno deve veramente rifiutare, e questa è una possibilità solo se uno non ricorda, se uno non fa memoria! 
Insomma, che, astrattamente parlando, dal punto di vista nostro, queste frasi, queste paure, queste inquietudini siano vere, dipende solo dal fatto che il tempo, la storia, l’esistenza vocazionale e la storia, come ha detto san Pietro, ci sono dati per favorire la nostra libertà, per affermare la nostra libertà, affinché la nostra adesione al mistero di Cristo, al ritorno di Cristo, sia “nostra”. È il tempo che la fa diventare nostra, è nel tempo che diventa nostra, perché questo è il metodo che Dio ha designato. Non è meccanico, non è immediatistico, non è istintivo, non è magico. È nel tempo. Questo è un dato di fatto contro cui non si può fare nessuna obiezione, non si può dire “ma”, “se”, “però”, perché noi siamo fatti così; ogni “ma”, “se”, “però” è puramente fantasia, come l’asino con l’organetto e due ali che vola nel cielo tra stella e stella. È una pura fantasia, non esiste nessun’altra creatura fatta da Dio, se non questa. È nel tempo, cioè nel tempo vocazionale, nell’esistenza, quindi, e nella storia, che diventa nostra la risurrezione di Cristo. Ed è nel tempo e nella storia che la nostra sproporzione, la nostra lontananza, viene lentamente, nella misericordia, perdonata, cioè totalmente vinta. 
Allora, siccome è nel tempo che la libertà nostra e la nostra fragilità vengono, rispettivamente, affermata e salvata - affermata la prima e salvata la seconda -, il nostro concetto, il modo con cui noi sperimentiamo la libertà e il modo con cui noi percepiamo la nostra fragilità è qualcosa in sé perennemente insicuro, rimane insicuro. Ma è perché guardiamo la libertà e la fragilità nostra, è perché mettiamo davanti agli occhi la libertà e la fragilità nostra come se fossero cose nostre, e non guardiamo invece la libertà e la fragilità dal punto di vista di Dio. È Dio, è il mistero di Dio, è Dio che ci si è donato, è la misericordia, è l’alleanza, il primo oggetto. Fuori da questo oggetto, tutto il resto si sfasa, non è più giusto. 
La sicurezza, perciò, e la eliminazione dell’inquietitudine, la garanzia, come abbiamo detto in principio, la sicurezza nella fede, il cuore garantito, è la presenza dell’alleanza. Questo è il primo oggetto, è l’oggetto proprio della nostra coscienza, dentro il quale tutto si vede. Allora si capisce benissimo che l’esistenza e la storia, qualunque vicenda abbiano, sono nella certezza e nella pace. Questo è il dono di Cristo, la pace, se guardiamo tutte le cose in Cristo. Il problema perciò non è la nostra libertà o la nostra fragilità - «Chissà se aderirò o no?» -, il problema è che aumenti in noi la memoria di Cristo, e basta.
Comunque, ho detto queste due cose perché veramente la nostra preghiera manca - prima osservazione - di questa sicurezza, proprio perché non è vera domanda, non è domandare Dio, non è affermare che Dio è tutto, ma è un domandare Dio che serva la preoccupazione che abbiamo di noi stessi, e allora è finita. In secondo luogo, la preghiera è staccata dal lavoro che facciamo. E questo è un sintomo brutto e per la preghiera e per il lavoro. La nostra preghiera non è un atteggiamento che tende a investire il lavoro che facciamo. «Signore non sono degno» deve essere la coscienza con cui uno va a lavorare all’ospedale o va a lavorare nella redazione culturale o deve lavorare in casa o deve lavorare all’università, eccetera. Questo manca completamente alla nostra preghiera. Essa è tutt’al più aggiunta dall’esterno. Anche il concetto di offerta rimane come sulla soglia: «Ti offro questa azione», ma poi l’azione non ha niente a che vedere con quell’offerta. Allora, incominciamo a capire bene il valore del tempo: il tempo è quello che fa penetrare, per osmosi, lentamente, questa offerta dentro l’anima, come anima dell’azione, che investe lentamente anche il corpo dell’azione, diventa un atteggiamento e uno stato d’animo dentro l’azione, per cui lentamente e veramente l’azione resta riplasmata. 
Anche noi, insomma, paghiamo il pedaggio ai “cristiani per il socialismo”, per i quali da una parte sta la preghiera e dall’altra parte sta quel che facciamo. Se teoricamente noi non siamo così, se come desiderio non siamo così, praticamente però lo siamo; e questo è il delitto, che sottrae a Dio ciò che gli è dovuto. È quello di cui parlava la preghiera che abbiamo letto poco fa: «Guarda [benigno] a noi che riconosciamo la nostra miseria [questa è la nostra miseria] e, poiché ci opprime il peso [rimorso] delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia». Ma cosa vuol dire che «la misericordia ci sollevi»? Vuol dire che Dio, avendo misericordia di noi (la sua misericordia «vale più della vita»13, abbiamo detto nel salmo questa mattina), lentamente matura la nostra coscienza, matura tutte le nostre azioni come preghiera. Ma questo è il tempo, questa è l’esistenza, questa è la storia. Perché il significato della storia e del tempo è la misericordia, come ha detto san Pietro, è quella misericordia che afferma, nella nostra miseria, la verità.
Del resto, proprio il Salmo 62, che abbiamo letto stamattina e che dobbiamo personalmente rileggere, dice tutto questo, comunica questa esperienza di sicurezza totale, che non ha nulla di presuntuoso e che è perfettamente rispettosa di tutta la libertà di questo mondo, ma di una libertà vista nella realtà dell’alleanza, non vista astrattamente, filosoficamente o naturalisticamente, perché allora non c’è più da stare quieti da un’ora con l’altra. È Dio che è fedele a se stesso, non noi fedeli a Dio. Ma questo deve diventare principio del nostro sentimento e deve diventare principio del nostro agire: questa è la conversione. Ed è questo ciò a cui la Quaresima richiama, come nessun altro tempo, è questo che la Quaresima deve operare in noi («segno sacramentale della conversione»). «Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne [è il simbolo dell’inquietitudine dell’uomo, perché ha mangiato troppo o perché ha avuto una delusione amorosa o perché ha fatto bancarotta fraudolenta], a te che sei stato il mio aiuto [memoria], esulto di gioia all’ombra delle tue ali»14. Queste cose, quando le leggiamo, ci commuovono, ma non diventano criterio del nostro pregare, perciò non diventano criterio del nostro vivere, e il “come” dell’attesa va a finire in una confusione.

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