Recuperare l'umano.
ora museo dell'arte medievale, Barcellona
Di fronte alla pandemia, come alla guerra, o alla crisi economica, all'incertezza sul futuro, o alla disperazione di tanti, ci siamo chiesti più volte: "Su che cosa possiamo poggiare la nostra speranza?"
La scuola di comunità di quest'anno riparte da "Il senso religioso".
Nella sua introduzione, al teatro Dal Verme a Milano, Javier Prades, parlando della situazione del mondo di oggi, definito da Papa Francesco "un cambiamento d'epoca", ci ha invitato a guardare il reale, come indicato da don Giussani all'inizio del libro con la prima premessa, citando un testo di papa Benedetto XVI°:
“Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi. Durante il secolo passato le possibilità dell’uomo e il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura davvero impensabile. Ma il suo poter disporre del mondo ha anche fatto sì che il suo potere di distruzione abbia raggiunto delle dimensioni che, a volte, ci fanno inorridire. (...) Meno visibili, ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità di automanipolazione che l’uomo ha acquisito. Egli ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di “costruire” da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo? A questo si aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, anzi l’impoverimento, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle culture.
Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi, piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi.
Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione”.
Javier Prades paragona questa descrizione di Benedetto XVI° con quello che don Giussani, invitandoci a Ricostruire l'umano, chiamava la "trascuratezza dell'io".
Il primo
fattore da considerare è l'io.
Il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la «trascuratezza» dell’io: un irrefrenabile e polveroso dissolvimento dell'ideale che è l'umano, per cui le parole «io», e «tu», vengono usate con puro valore indicativo (come «bottiglia» o «bicchiere»), e dietro queste parole non vibra più nulla che indichi la concezione e il sentimento che un uomo ha di sé e dell'altro. Qual è la ragione di questa trascuratezza dell'io?
E' che la società non ama voi ma quello che può avere da voi, secondo la sua convenienza o la sua istintività. E' quello che il Vangelo chiama «il mondo». Tutto si riduce a un disegno di possesso e di uso, spesso anche nei rapporti di amicizia e negli innamoramenti.
Un amore reale ha come due aspetti: un'ammirazione sconfinata per qualcosa che si vede in voi e non avete fatto voi (come la bellezza della ragazza nella freschezza di una certa età); e, dall'altra parte, una compassione altrettanto sterminata per un un contesto e circostanze spesso non favorevoli, o per la debolezza che caratterizza ciascuno di noi. Ammirazione e compassione.
Il “mondo”, invece, si chiede a che potrà servire quello di cui, guardando voi, hanno stima: “che ne sarà?” E così vi trattengono (anche padre e madre) in una prudenza o cautela di cui essi pongono la misura: la misura che salva il salvabile, schiavi di ciò che ha più fortuna di potere!
La risposta è la figura di Cristo! Leggete nel Vangelo l'episodio della vedova di Nain: quando, vicino alla città, vede il corteo funebre, si avvicina alla donna e le dice: « "Donna, non piangere!"».
Guardate che razza di statura ha quest'uomo che si chiamava Paolo, quando sbarcava per rivedere i cristiani e per parlare loro, da Salonicco, a Rodi, alle coste dell'Africa, forse in Spagna, a Roma...
«Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…) per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (…) ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne. (...) se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».
E Madre Teresa, quando raccolse un uomo dalla strada, e lui le disse: "Ho vissuto sulla strada come un animale e sto per morire come un angelo, amato e curato". E il giornalista le chiede: «Perché anche nei più grandi sacrifici sembra che non ci sia sforzo in voi?». «È Gesù quello a cui facciamo tutto. Noi amiamo Gesù». La sua umanità è come la mia, ma nella sua umanità fiorisce qualcosa che viene da Qualcosa di più grande. Questo è il miracolo. Presenze che sono un miracolo.
Leggete le lettere di Emmanuel Mounier alla moglie: di fronte alla figlia, rimasta idiota tutta la vita a causa di una meningite, ha vissuto ogni giorno con quella figlia davanti agli occhi come risposta a Cristo, che misteriosamente assicura la positività ultima di tutto. Chiunque tra i grandi politici, pensatori e artisti passasse da casa sua, a tavola il posto d'onore era sempre della piccola idiota, perché rappresentava, nella sua carne che non dava segni di vita, il mistero del divino.
Andate a leggere le testimonianza per la causa di canonizzazione di san Riccardo Pampuri.
Per molti di noi ci sono testimonianze grandi e immediate: da quando abbiamo iniziato a invocarlo come aiuto a chi di noi sta male, tutte le settimane ci arrivano notizie precise di miracoli.
Un'amica mi scrive: «È da oltre un anno che per curare un tumore mi sottopongo settimanalmente alle chemioterapie. Nessun risultato, anzi lenti peggioramenti con complicazioni sempre più gravi.
Più volte andai a Trivolzio, da san Riccardo Pampuri, per invocare la sua intercessione.
Il 2 novembre finalmente vengo convocata in ospedale per il trapianto del midollo. Durante la preparazione, mi passarono mille pensieri per la testa. Avevo paura del dolore, e della morte, trattandosi di un'operazione difficile, dolorosa e rischiosa, ma era ancora più forte il desiderio di implorare la Sua Grazia. Poteva accadere di me qualsiasi cosa, ma ero già salva poiché in rapporto con l'Eterno. Il giorno prima dell'operazione mi fecero esami di ogni genere, ripetendoli più volte. Alla sera arrivò l'esito: non c'era bisogno né di dialisi né del trapianto. Il midollo sorprendentemente aveva ricominciato a produrre e a funzionare da solo. "Cose che capitano, dicono i medici, le cure hanno fatto finalmente effetto". Ho incominciato a piangere, un pianto in cui si scioglieva tutta la tensione, tutta la paura. E la certezza: Lui mi ama. Ancora non capisco cosa possa essere successo, o almeno lo so, ma tremo solamente a pensarlo. E sono inondata di gratitudine».
Il miracolo è un avvenimento che accade, che uno non prevedeva, che uno non può spiegarsi e che ti costringe a pensare a Dio. Il miracolo (personale o pubblico) è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi, come il gesto d'amore della madre che si realizza tante volte ogni giorno, uno sguardo, una carezza, un bacio, un «ciao»: questo è il metodo di rapporto di Dio con noi.
Con il miracolo Dio entra nella fattispecie breve di ciò che ci accade, il suo modo di rapportarsi alla mia vita si esprime in una familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato, sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un amico abbraccia l'amico del cuore. Il rapporto dell'uomo con Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna immagina, grandi lavori e grandi schemi: No! «Tu sei mio padre!» Disse Gesù: «Amico, con un bacio mi tradisci!». Oppure, stringendo un bambino a sé: «Guai a chi torce un capello al più piccolo di questi bambini».
Il più grande miracolo è che queste persone, nella storia dell'uomo e nella nostra storia personale, sono rese oggetto di una iniziativa particolare, inspiegabile dall'uomo. Ma la loro stessa voce lo dice: «Il più grande miracolo - fatto reale - è che Egli mi ama». Siete amati. Questo è il messaggio che arriva nella vostra vita, lo comprendiate o non lo comprendiate, o abbiate ancora da aspettare, questo è Gesù Cristo nella storia dell'uomo: «Siete amati!».
Dio è diventato un uomo, vuol dire che il metodo di Dio con la sua creatura, con me e con voi, è un metodo di familiarità assoluta. Come vi rivolgete a vostra madre e a vostro padre per quello di cui avete bisogno, così ci si rivolge a Dio ogni giorno, per qualsiasi cosa di cui si abbia bisogno. E sempre succede qualcosa che non poteva succedere, che ti richiama a un Altro, a qualcosa d'altro.
Sempre, presto o tardi, l'eccezionale, che non posso ridurre a quello che vedo e tocco, succede.
Uno che guarda seriamente anche uno solo di questi fatti, che cambiano la vita, travolge tutte le parole di tanti intellettuali e giornalisti in voga i quali tendono, da una parte, a fare degli uomini, delle famiglie, degli amici, dei compagni, gettate di cemento per le mura della loro fortezza di potere, dall'altra parte, ad affermare che tutto è niente, per di più contro ogni evidenza.
Liberamente tratto da
E' che la società non ama voi ma quello che può avere da voi, secondo la sua convenienza o la sua istintività. E' quello che il Vangelo chiama «il mondo». Tutto si riduce a un disegno di possesso e di uso, spesso anche nei rapporti di amicizia e negli innamoramenti.
Un amore reale ha come due aspetti: un'ammirazione sconfinata per qualcosa che si vede in voi e non avete fatto voi (come la bellezza della ragazza nella freschezza di una certa età); e, dall'altra parte, una compassione altrettanto sterminata per un un contesto e circostanze spesso non favorevoli, o per la debolezza che caratterizza ciascuno di noi. Ammirazione e compassione.
Il “mondo”, invece, si chiede a che potrà servire quello di cui, guardando voi, hanno stima: “che ne sarà?” E così vi trattengono (anche padre e madre) in una prudenza o cautela di cui essi pongono la misura: la misura che salva il salvabile, schiavi di ciò che ha più fortuna di potere!
Quale può essere la risposta, l'unica risposta pratica e concreta alla «polverizzazione dell'io»?
Esiste una compagnia di gente diversa, umana, come tutti noi, perciò con tutti i motivi di dispregio e i rari motivi di nobiltà che fanno respirare la nostra umanità; ma diversa, perché «cambiata» in modo insolito, sorprendente; «Come fanno ad essere così?». La cristianità, e la gente semplice, li chiama santi. Ma c'è di più: è gente che ha del fegato, hanno il fegato di dare giudizi e di proclamare valori profondamente differenti dalla mentalità comune: si chiama «testimonianza». Sentendoli parlare, si avverte che sono più giusti, più umani, più vicini a noi e alla nostra umanità.
La risposta è la figura di Cristo! Leggete nel Vangelo l'episodio della vedova di Nain: quando, vicino alla città, vede il corteo funebre, si avvicina alla donna e le dice: « "Donna, non piangere!"».
Come «non piangere»? Ma si può dire «non piangere» a una donna in quelle condizioni? Dietro la bara del figlio, vedova, sola? Ma risuscitalo subito! Accostati e grida che il morto ritorni in vita! Che bisogno c'era di avvicinarsi e dire: «Donna, non piangere!»? Ma piangeva lui!, in lui c'erano questa potenza e questa pietà, questo mare di affezione e tenerezza e questo potere sulla realtà! «E accostatosi, toccò la bara, e disse: "Ragazzo, dico a te: alzati!". E il morto si levò a sedere e incominciò a parlare, ed Egli lo diede alla madre».
E immaginatevi, ancora, i suoi dodici amici, tesi ad ascoltarlo il giovedì dell'ultima cena, mentre dice: «Senza di me non potete fare nulla». «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»: è il contrario del nichilismo, perché l'uomo è tale in quanto per lui è possibile la gioia. «Non temere, Io ho vinto il mondo».
È Cristo l'imprevisto! Più imprevisto di Lui! E non è un ragionamento fantasioso, è una definizione reale, sperimentabile. Perché in qualsiasi nostra esperienza possiamo contare a uno a uno tutti i fattori: quando li abbiamo contati tutti e l'ultimo combacia col primo, c'è sempre qualcosa che manca, siamo rimandati «più in là», come diceva un'altra poesia di Montale («L'agave su lo scoglio» ), o come gli fa eco Einstein, il giorno prima di morire: «Chi non riconosce l'insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».
Occorre rendersi conto che per il passato sono documentabili, e per il presente sono visibili, figure che hanno la statura dei vostri desideri. Dovete riconoscere queste presenze. Non è più Gesù Cristo la sola presenza nella lontananza della storia, ma è una presenza dieci anni dopo la sua morte, come 1800 anni dopo, fino ad oggi.
E immaginatevi, ancora, i suoi dodici amici, tesi ad ascoltarlo il giovedì dell'ultima cena, mentre dice: «Senza di me non potete fare nulla». «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»: è il contrario del nichilismo, perché l'uomo è tale in quanto per lui è possibile la gioia. «Non temere, Io ho vinto il mondo».
Non si può rimanere come prima incontrando una simile presenza!
RinnegandoLo, si riduce tutto all'effimero, alla vita che dura un istante, e si rinnega l'ampiezza del «cuore» dell'uomo, cioè le esigenze che rendono “uomo” l'uomo, sete di verità, di bellezza, di bontà, di pienezza, di perfezione, di soddisfazione, di felicità.«Un imprevisto / è la sola speranza».
(E.Montale, “Prima del viaggio”)
È Cristo l'imprevisto! Più imprevisto di Lui! E non è un ragionamento fantasioso, è una definizione reale, sperimentabile. Perché in qualsiasi nostra esperienza possiamo contare a uno a uno tutti i fattori: quando li abbiamo contati tutti e l'ultimo combacia col primo, c'è sempre qualcosa che manca, siamo rimandati «più in là», come diceva un'altra poesia di Montale («L'agave su lo scoglio» ), o come gli fa eco Einstein, il giorno prima di morire: «Chi non riconosce l'insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».
Occorre rendersi conto che per il passato sono documentabili, e per il presente sono visibili, figure che hanno la statura dei vostri desideri. Dovete riconoscere queste presenze. Non è più Gesù Cristo la sola presenza nella lontananza della storia, ma è una presenza dieci anni dopo la sua morte, come 1800 anni dopo, fino ad oggi.
Guardate che razza di statura ha quest'uomo che si chiamava Paolo, quando sbarcava per rivedere i cristiani e per parlare loro, da Salonicco, a Rodi, alle coste dell'Africa, forse in Spagna, a Roma...
«Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…) per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (…) ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne. (...) se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».
E Madre Teresa, quando raccolse un uomo dalla strada, e lui le disse: "Ho vissuto sulla strada come un animale e sto per morire come un angelo, amato e curato". E il giornalista le chiede: «Perché anche nei più grandi sacrifici sembra che non ci sia sforzo in voi?». «È Gesù quello a cui facciamo tutto. Noi amiamo Gesù». La sua umanità è come la mia, ma nella sua umanità fiorisce qualcosa che viene da Qualcosa di più grande. Questo è il miracolo. Presenze che sono un miracolo.
Leggete le lettere di Emmanuel Mounier alla moglie: di fronte alla figlia, rimasta idiota tutta la vita a causa di una meningite, ha vissuto ogni giorno con quella figlia davanti agli occhi come risposta a Cristo, che misteriosamente assicura la positività ultima di tutto. Chiunque tra i grandi politici, pensatori e artisti passasse da casa sua, a tavola il posto d'onore era sempre della piccola idiota, perché rappresentava, nella sua carne che non dava segni di vita, il mistero del divino.
Andate a leggere le testimonianza per la causa di canonizzazione di san Riccardo Pampuri.
Per molti di noi ci sono testimonianze grandi e immediate: da quando abbiamo iniziato a invocarlo come aiuto a chi di noi sta male, tutte le settimane ci arrivano notizie precise di miracoli.
Un'amica mi scrive: «È da oltre un anno che per curare un tumore mi sottopongo settimanalmente alle chemioterapie. Nessun risultato, anzi lenti peggioramenti con complicazioni sempre più gravi.
Più volte andai a Trivolzio, da san Riccardo Pampuri, per invocare la sua intercessione.
Il 2 novembre finalmente vengo convocata in ospedale per il trapianto del midollo. Durante la preparazione, mi passarono mille pensieri per la testa. Avevo paura del dolore, e della morte, trattandosi di un'operazione difficile, dolorosa e rischiosa, ma era ancora più forte il desiderio di implorare la Sua Grazia. Poteva accadere di me qualsiasi cosa, ma ero già salva poiché in rapporto con l'Eterno. Il giorno prima dell'operazione mi fecero esami di ogni genere, ripetendoli più volte. Alla sera arrivò l'esito: non c'era bisogno né di dialisi né del trapianto. Il midollo sorprendentemente aveva ricominciato a produrre e a funzionare da solo. "Cose che capitano, dicono i medici, le cure hanno fatto finalmente effetto". Ho incominciato a piangere, un pianto in cui si scioglieva tutta la tensione, tutta la paura. E la certezza: Lui mi ama. Ancora non capisco cosa possa essere successo, o almeno lo so, ma tremo solamente a pensarlo. E sono inondata di gratitudine».
Il miracolo è un avvenimento che accade, che uno non prevedeva, che uno non può spiegarsi e che ti costringe a pensare a Dio. Il miracolo (personale o pubblico) è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi, come il gesto d'amore della madre che si realizza tante volte ogni giorno, uno sguardo, una carezza, un bacio, un «ciao»: questo è il metodo di rapporto di Dio con noi.
Con il miracolo Dio entra nella fattispecie breve di ciò che ci accade, il suo modo di rapportarsi alla mia vita si esprime in una familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato, sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un amico abbraccia l'amico del cuore. Il rapporto dell'uomo con Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna immagina, grandi lavori e grandi schemi: No! «Tu sei mio padre!» Disse Gesù: «Amico, con un bacio mi tradisci!». Oppure, stringendo un bambino a sé: «Guai a chi torce un capello al più piccolo di questi bambini».
Il più grande miracolo è che queste persone, nella storia dell'uomo e nella nostra storia personale, sono rese oggetto di una iniziativa particolare, inspiegabile dall'uomo. Ma la loro stessa voce lo dice: «Il più grande miracolo - fatto reale - è che Egli mi ama». Siete amati. Questo è il messaggio che arriva nella vostra vita, lo comprendiate o non lo comprendiate, o abbiate ancora da aspettare, questo è Gesù Cristo nella storia dell'uomo: «Siete amati!».
Dio è diventato un uomo, vuol dire che il metodo di Dio con la sua creatura, con me e con voi, è un metodo di familiarità assoluta. Come vi rivolgete a vostra madre e a vostro padre per quello di cui avete bisogno, così ci si rivolge a Dio ogni giorno, per qualsiasi cosa di cui si abbia bisogno. E sempre succede qualcosa che non poteva succedere, che ti richiama a un Altro, a qualcosa d'altro.
Sempre, presto o tardi, l'eccezionale, che non posso ridurre a quello che vedo e tocco, succede.
Uno che guarda seriamente anche uno solo di questi fatti, che cambiano la vita, travolge tutte le parole di tanti intellettuali e giornalisti in voga i quali tendono, da una parte, a fare degli uomini, delle famiglie, degli amici, dei compagni, gettate di cemento per le mura della loro fortezza di potere, dall'altra parte, ad affermare che tutto è niente, per di più contro ogni evidenza.
«Volete, dunque, la vita o la morte?
Scegli dunque la vita, poiché è Lui la tua vita e la tua longevità».
Scegli dunque la vita, poiché è Lui la tua vita e la tua longevità».
C'è una risorsa umana che in ognuno di noi fa rivivere questa consapevolezza: si chiama «memoria», cioè riconoscere Cristo come presenza sperimentabile. Proprio come nella figura di quegli uomini eccezionali, di cui abbiamo fatto esempio e richiamo.
In questa memoria che noi cerchiamo di vivere insieme, avviene per forza un cambiamento nella nostra vita, nella nostra creatività, nella nostra pazienza, nella nostra fedeltà; è una forza, questa memoria, che cambia ora, ogni giorno: la preghiera la rinnova, il vederci tra di noi compagni, amici, la rende concreta, e obbliga la nostra ragione a riconoscere che la giustizia e la felicità, la pienezza e la perfezione non sono solo una fantasia disperata.
E gli esiti sono fatti che, anche da un punto di vista pragmatico, cambiano il volto alle persone e alle cose: «Ho aperto nel vostro deserto una strada». In un mondo e in una società dove tutto è calcolato, la figura dell'uomo toccata dalla compagnia cristiana è invece qualificata dal miracolo del dono di sé. Questa è la formula che sintetizza tutta l'etica, la morale: il dono di sé in ogni istante.
Una compagnia diventa amicizia e una amicizia diventa virtù in quanto sostiene la fragilità a vedere e riconoscere il volto dell'essere, del vero e del bello, del giusto, del bene, e in quanto sostiene la speranza di fronte alla promessa di felicità che è la vita. Ma provate a pensare: l'amicizia, strumento per il destino! Se non lo è per un ragazzo che si innamora di una ragazza! Perché quel rapporto è la formula più acuta di amicizia. Se non desideri il destino per la tua ragazza, se non desideri il destino per il tuo ragazzo... ma che fate? Perché state insieme? Che parola dici quando pronunci il suo nome, quando ci pensi, quando immagini il domani? Se non desideri il suo destino, siete niente! E se non è niente l'uomo in rapporto con la donna, allora capisco che tutto è niente!
Ma non ha ragione il nichilista! Perché è grande l'uomo! Pensate, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene la commozione, gli viene un'adorazione. Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, è simbolo del nostro destino, che è la nostra felicità, che è la bellezza (Leopardi), e che è la verità, (S.Agostino).
“Che cosa è la verità? Un uomo che è qui presente”, sperimentabile, direttamente o nell'uomo che Egli cambia, nel santo, e, ti auguro, nell'amico che hai di fianco. Auguro a te di essere amico così innanzitutto a colei con la quale hai scelto di passare la vita.

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